Il museo nascosto di Palermo che conserva l’anima segreta dell’isola
A Palermo c’è un museo che custodisce l’anima autentica della Sicilia: oggetti, mestieri e una curiosità sorprendente legata a Giuseppe Pitrè.
Un luogo che Palermo aveva dimenticato e che oggi parla più di mille libri
Chi arriva al Museo etnografico siciliano Giuseppe Pitrè spesso non sa davvero cosa aspettarsi. Non è un museo di quelli che abbagliano con marmi o luci sceniche: è un luogo più intimo, quasi raccolto, che ti accoglie come una casa antica piena di storie. Eppure proprio qui, nel cuore di Palermo, si trova una delle collezioni più straordinarie dell’isola, un archivio materiale di ciò che la Sicilia è stata per secoli.
L’idea nacque dal lavoro instancabile di Giuseppe Pitrè, medico palermitano che si ostinò a salvare dalla scomparsa ogni testimonianza della cultura popolare. Mentre intorno il mondo cambiava velocemente, Pitrè passava il tempo a raccogliere utensili, costumi, strumenti di lavoro, giocattoli, canti, formule, tradizioni. Nessuno stava facendo qualcosa di simile, nessuno pensava che quelle cose “da poveri” sarebbero diventate, un giorno, le radici di un’intera memoria collettiva.
Camminando tra le sale, si entra in un mondo che non esiste più e che proprio per questo colpisce così tanto: carretti dipinti a mano, strumenti musicali costruiti in casa, corredi ricamati, oggetti di tutti i giorni che oggi sembrano usciti da un’altra dimensione. Ogni stanza racconta una Sicilia concreta, fatta di calli, botteghe, campi, cortili. Una Sicilia che non si può leggere in un manuale: la si può solo vedere così, in piedi, davanti alla sua materia viva.
L’eredità di Pitrè e il museo che protegge ciò che non torna
Il museo non è un camino di nostalgia: è un luogo dove ci si rende conto di quanto la memoria materiale sia fragile. Senza la tenacia di Pitrè, senza la sua ossessione per i dettagli, gran parte di ciò che oggi possiamo osservare sarebbe andato perduto.
Le sue raccolte sono diventate un fondamento degli studi etnografici italiani, ma soprattutto una finestra aperta sulle abitudini delle famiglie siciliane tra Ottocento e primo Novecento. Le sale dedicate ai mestieri raccontano un mondo costruito sulle mani: falegnami, calzolai, contadini, marinai, ricamatrici. Si scoprono tecniche antiche, modi di lavorare tramandati per generazioni, piccoli segreti del quotidiano che oggi sembrano quasi incredibili.
Passeggiare qui significa misurarsi con un tempo lento, dove gli oggetti avevano un valore perché frutto di fatica, non perché rari. E il museo non tradisce questo spirito: non spettacolarizza, non semplifica, non modernizza nulla. Mantiene ogni pezzo nella sua onestà, con la stessa sobrietà con cui vivevano le persone che quei pezzi li hanno usati per davvero.
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