La chiesa di Palermo che nasconde un teatro di luce e silenzio

A Palermo una chiesa barocca sorprende con stucchi unici e antichi dettagli rimasti intatti: un luogo che custodisce una curiosità poco nota.

09 gennaio 2026 18:00
La chiesa di Palermo che nasconde un teatro di luce e silenzio - Foto: Bjs/Wikipedia
Foto: Bjs/Wikipedia
Condividi

Un gioiello barocco che Palermo rischiava di dimenticare

Chi attraversa le strade della Kalsa sa bene che tutto, qui, sembra muoversi tra passato e presente. Eppure la Chiesa di Santa Cita, con la sua facciata sobria e l’ingresso discreto, non rivela subito ciò che si nasconde all’interno. Basta varcare la soglia perché l’atmosfera cambi improvvisamente: il brusio della città resta fuori, e dentro si apre uno spazio dove il barocco palermitano raggiunge un’intensità che pochi edifici riescono ancora a esprimere.
Questa chiesa, legata alla Compagnia della Beata Vergine della Pietà, ha attraversato secoli di storia, restauri, trasformazioni e persino ferite profonde durante la seconda guerra mondiale. Eppure la sua identità è rimasta saldo, come se la pietra avesse continuato a proteggere un piccolo archivio di emozioni più che un semplice edificio sacro.
La sua costruzione, iniziata nel Seicento, riflette perfettamente il dialogo costante tra la spiritualità cittadina e la volontà delle confraternite di lasciare un segno tangibile. Una chiesa nata per accogliere, confortare e raccontare, attraverso l’arte, storie che le parole non sempre riescono a trattenere.

Il trionfo del bianco che supera perfino il colore

Se Santa Cita è oggi uno dei luoghi più delicati e sorprendenti di Palermo, lo si deve soprattutto agli stucchi di Giacomo Serpotta. In un’epoca in cui il barocco sembrava puntare sempre a stupire con dorature e scenografie ricchissime, Serpotta scelse un linguaggio diverso: un bianco attraversato da gesti, volti, drappeggi e movimenti che sembrano creare un teatro silenzioso, vivo anche senza voce.
Le sue figure si muovono lungo le pareti dell’oratorio annesso alla chiesa come se conoscessero un ritmo segreto. Non c’è eccesso, non c’è ostentazione: c’è una precisione minuta, quasi affettiva, che rende ogni dettaglio un frammento di storia. Le allegorie, i putti, gli sguardi scolpiti sembrano nascere da una mano che non voleva solo decorare, ma raccontare ciò che i fedeli provavano entrando.
Oggi chi si ferma qualche minuto davanti a quegli stucchi percepisce ancora quella sensazione di sospensione: una mescolanza di quiete e stupore che in pochi luoghi della città è rimasta così intatta. In un certo senso, Santa Cita è l’altra faccia del barocco palermitano: meno fragoroso, più profondo, capace di lasciare un’impronta senza bisogno di alzare la voce.

Le migliori notizie, ogni giorno, via e-mail

Segui Il Fatto di Palermo