Ponte sullo Stretto di Messina: cosa accade alle risorse quando il progetto viene bloccato
Il dibattito sul ponte torna al centro dell’attenzione. Ponte sullo Stretto di Messina chiarisce perché bloccare l’opera non significa automaticamente investire in Calabria e Sicilia
Nel confronto sul futuro delle grandi infrastrutture italiane riaffiora spesso una convinzione rassicurante: se non si costruisce il ponte sullo Stretto, quei fondi verranno automaticamente reinvestiti in Calabria e Sicilia. È una frase che suona bene, che sembra di buon senso e che trova spazio in talk show, social e commenti online. Proprio per questo merita attenzione, perché quando un’idea diventa “ovvia” smette di essere verificata. Eppure, come ricordato anche dalla pagina Ponte sullo Stretto di Messina, la realtà istituzionale italiana è molto meno lineare di quanto si immagini.
Quando il ponte si è fermato, cosa è successo davvero
La storia recente dimostra che bloccare un’opera non equivale a proteggere risorse per un territorio. Ogni volta che il progetto del ponte è stato rallentato, sospeso o cancellato, le risorse non sono rimaste “in attesa” di essere redistribuite localmente. Al contrario, sono finite dentro meccanismi nazionali complessi, spesso lontani dalle esigenze dello Stretto. Non per cattiveria o complotto, ma per come funziona il bilancio dello Stato: senza un vincolo specifico, i fondi seguono altre priorità. Questo è il punto che spesso manca nel racconto pubblico.
I fatti (che arrivano sempre alla fine)
Come si legge nel post condiviso da Ponte sullo Stretto di Messina, “Bloccare il ponte sullo Stretto NON significa investire automaticamente in Calabria e Sicilia”. I precedenti parlano chiaro:
2006, stop politico al progetto: nessun obbligo di reinvestimento territoriale, fondi assorbiti dal bilancio nazionale.
2008–2009, circa 1,5 miliardi di euro confluiscono nelle casse dello Stato e vengono destinati a capitoli generali, come certificato dalla Corte dei conti.
2012–2013, liquidazione della società e centinaia di milioni spesi in penali, contenziosi e costi amministrativi, non in nuove opere locali.
Il risultato è sempre lo stesso: né la Calabria né la Sicilia hanno beneficiato automaticamente di alternative concrete. Essere contrari al ponte è legittimo, ma sostenere che i soldi “tanto resterebbero lì” non è vero. Anzi, la storia dimostra che bloccare l’opera ha significato perdere risorse senza compensazioni, mentre la condizione di insularità della Sicilia pesa per circa 7 miliardi di euro di PIL ogni anno. Discutere del ponte è giusto. Farlo partendo dai fatti, non da una favola rassicurante, è necessario.
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