La Zisa: la splendida dimora normanna tra acqua, vento e rinascita

Dall'al-ʿAzīza dei sovrani normanni al Museo d'arte islamica: la storia della Zisa è un racconto di ingegno, abbandono e recupero che attraversa secoli di trasformazioni e memorie condivise.

20 febbraio 2026 12:00
La Zisa: la splendida dimora normanna tra acqua, vento e rinascita - Foto: Matthias Süßen/Wikipedia
Foto: Matthias Süßen/Wikipedia
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La storia della Zisa inizia con un nome che già racconta un destino: al-ʿAzīza, la «splendida». Nato fuori dalle antiche mura di Palermo, nel cuore del Genoardo — il giardino reale normanno — il palazzo fu concepito come dimora estiva per i re. È facile immaginare il re che ordina la costruzione e gli artigiani che battono il tempo sul sagrato: qui si intrecciano potere, piacere e un sapere costruttivo che mescola influenze diverse.

Nel 1165, sotto il regno di Guglielmo I, prende forma un progetto ambizioso. Le cronache parlano di lavori condotti «mira celeritate, non sine magnis sumptibus», e quando Guglielmo II raccoglie l'eredità del cantiere trova un edificio già quasi compiuto. L'iscrizione in caratteri naskhī e la celebre scritta in cufico che correva sul muretto d'attico sono tracce silenziose di quella stagione di committenza regale e di un dialogo culturale tra mondi.

Un palazzo nato per il vento e l'acqua

La Zisa non è solo un manifesto estetico: è un dispositivo climatico. Rivolta a nord-est per catturare le brezze marine, la facciata con i suoi tre grandi fornici e la belvedere superiore lavorano insieme alla grande peschiera antistante per creare un microclima. L'acqua che attraversa la Sala della Fontana, scivolando su lastre di marmo decorate a chevrons, non è ornamento casuale ma elemento funzionale che rinfresca e modula l'ambiente.

La Sala della Fontana è il cuore emozionale e tecnico del palazzo: una pianta quadrata sormontata da una volta a crociera ogivale, con nicchie sovrastate da muqarnas, decorazioni che sembrano un alveare di luce. Il mosaico su fondo oro che sovrasta la sorgente è un richiamo all'arte islamica che convive con la stereometria e la simmetria tipiche dell'architettura normanna.

La distribuzione degli interni rivela una netta gerarchia spaziale: il piano terra, quasi chiuso all'esterno salvo per il vestibolo, custodisce la sala di rappresentanza; il primo piano, più raccolto e riservato, era probabilmente destinato alle donne della corte; il secondo offriva un atrio scoperto e la sala belvedere, un luogo di soggiorno estivo aperto all'aria e alla luce. Ogni scelta planimetrica obbedisce a necessità di comfort e di controllo visivo.

Nel contesto del complesso palatino si inserivano anche una cappella palatina e un edificio termale: frammenti di un mondo che coniugava religiosità, cura del corpo e vita di corte. La Cappella Palatina della Santissima Trinità, documentata già sotto Guglielmo II, racconta la continuità d'uso e la stratificazione degli spazi sacri accanto a quelli laici.

Decadenza, stratificazioni e i segni della modernità

Per secoli la Zisa rimase sostanzialmente intatta, ma dal Seicento iniziarono mutazioni profonde. Gli interventi dei Sandoval portarono un nuovo piano, grandi scale e modifiche che resero il palazzo più conforme alle esigenze abitative moderne, a costo però di danneggiare parti dell'originaria struttura. Nei secoli successivi i Notarbartolo alterarono ulteriormente la distribuzione interna con tramezzi, soppalchi e vari consolidamenti.

Il XX secolo ha lacerato questa continuità: l'esproprio statale del 1955 e i lavori di restauro interrotti segnarono un periodo di abbandono. Nel 1971 il crollo di porzioni dell'ala destra evidenziò la fragilità delle trasformazioni tardo-moderne e la necessità di un progetto conservativo che non riscrivesse la storia del monumento, ma la restituisse.

Fu in questo momento critico che si apre il capitolo decisivo: la scelta di un restauro filologico. Giuseppe Caronia guidò per oltre vent'anni un intervento che ha cercato di leggere, interpretare e ricomporre le stratificazioni. Il suo lavoro non fu solo edilizio: fu un'esegesi storica dell'opera, valorizzata da una documentazione critica che ricostruisce le varie fasi del recupero.

Il ritorno alla luce avvenne nel 1991, quando la Zisa fu restituita alla città come luogo di memoria e conoscenza, ospitando il Museo d'arte islamica. La nuova vita del palazzo è il frutto di un equilibrio tra conservazione e fruizione: il monumento si offre ora come tessera viva del patrimonio mediterraneo.

L'inclusione nel Patrimonio mondiale dell'UNESCO nel 2015, all'interno dell'Itinerario Arabo-Normanno, ha sancito il valore collettivo della Zisa. Non è solo un edificio da ammirare: è un esempio eloquente di incontro culturale, dove tecniche costruttive, modelli decorativi e pratiche ambientali si mescolano in una singolare sintesi.

Oggi la Zisa parla di resilienza. Camminare nel suo vestibolo, osservare la Sala della Fontana o seguire i labirinti delle stanze superiori significa attraversare secoli di scelte politiche, estetiche e tecniche. È una storia che non si esaurisce con il restauro: ogni visita è un atto di ricomposizione, un modo per leggere la trama complessa di una città che ha saputo integrare mondi differenti.

La Zisa rimane così un esempio di come la tutela del patrimonio non sia mera conservazione di pietra, ma un lavoro continuo di lettura, responsabilità e condivisione culturale. Le sue pietre e le sue acque continuano a raccontare la vicenda di un palazzo nato per il fresco delle notti palermitane e rinato grazie alla pazienza delle generazioni che lo hanno curato.

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