Cassazione conferma condanne per estorsioni all'Arenella: 20 anni a Gaetano Scotto, 12 a Francesco Costa e Francesco Paolo

Sentenze confermate per associazione mafiosa ed estorsioni nell'operazione White Shark; tra i condannati il fratello della vedova di Vito Schifani.

A cura di Redazione
17 marzo 2026 14:54
Cassazione conferma condanne per estorsioni all'Arenella: 20 anni a Gaetano Scotto, 12 a Francesco Costa e Francesco Paolo -
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La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per associazione mafiosa ed estorsioni consumate nel quartiere dell'Arenella a Palermo: 20 anni di reclusione per il presunto boss Gaetano Scotto, e 12 anni ciascuno per Francesco Paolo Scotto e per Giuseppe Costa. Le misure scaturiscono dall'operazione White Shark, con arresti eseguiti nel 2020.

La decisione della suprema Corte ribadisce le pronunce emesse in precedenza: la quinta sezione del tribunale di Palermo nel 2024 e la Corte d'Appello lo scorso anno avevano già inflitto le pene confermate oggi. Le imputazioni riguardano in particolare il ruolo di vertice nella cosca dell'Arenella e l'attività di raccolta del pizzo sul territorio.

Contesto, ruoli e vicinanza alle vittime

Secondo le motivazioni emerse nei gradi di merito, Gaetano Scotto è ritenuto il capo della cosca dell'Arenella. Dopo una scarcerazione seguita all'assoluzione nel procedimento per la strage di via D'Amelio, Scotto era tornato in evidenza pubblica partecipando, con la fidanzata, alla tradizionale processione in barca per la statua di Sant'Antonio da Padova nel rione marinaro di Palermo. La sua figura è indicata dagli inquirenti come collegamento tra la mafia e presunti servizi deviati. In primo grado Scotto era stato inoltre condannato per l'omicidio dell'agente Antonino Agostino e della moglie incinta Ida Castelluccio (5 agosto 1989).

A completare il quadro, gli inquirenti descrivono dinamiche di controllo economico del territorio: Francesco Paolo Scotto è citato sia come membro della rete familiare che come possibile sospettato in alcune questioni interne legate a mancate ricognizioni contabili; a lui e a Giuseppe Costa la corte ha riconosciuto responsabilità tali da valere la confisca delle pene confermate.

Giuseppe Costa, soprannominato 'Pinuzzu u chieccu' (balbuziente), è il fratello di Rosaria Schifani, vedova dell'agente Vito Schifani morto il 23 maggio 1992 nell'attentato di Capaci che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Gli atti processuali indicano che Costa avrebbe svolto il ruolo di 'esattore' del pizzo, raccogliendo estorsioni destinate al sostentamento dei detenuti affiliati alla cosca e occupandosi, su incarico dei vertici, di individuare l'autore di alcuni ammanchi nelle casse del gruppo.

Sul piano familiare, la stessa Rosaria Schifani aveva pubblicamente preso le distanze dal fratello. Negli anni dei funerali aveva pronunciato frasi di condanna verso la mafia: 'Io vi perdono, ma voi vi dovete mettere in ginocchio'. Dopo l'arresto del fratello, attraverso i media rivolse parole dure a Giuseppe: 'Inginocchiati tu, Pino, mio Caino, fratello traditore'. Gli elementi emersi indicano che tra Rosaria e Giuseppe non c'erano rapporti da anni.

Le indagini che hanno portato all'operazione White Shark furono condotte dalla Direzione investigativa antimafia (DIA) e coordinate dai pubblici ministeri della Dda Amelia Luise (oggi alla Procura europea) e Giorgia Righi. Gli arresti risalgono al 2020 e hanno ricostruito una rete di estorsioni e di sostegno economico agli affiliati detenuti.

Con la sentenza della Cassazione si conclude, allo stato, il percorso di legittimità sui punti oggetto di impugnazione: le pene inflitte ai tre imputati risultano ora confermate dalla Corte suprema. Il pronunciamento rimette in evidenza il fenomeno delle estorsioni nel tessuto urbano palermitano e il ruolo di organizzazioni mafiose che, secondo l'accusa, continuano a praticare insieme logiche di dominio territoriale e sostegno ai carcerati affiliati.

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