Clan della Resuttana: quattro condanne per estorsione a Palermo
Il tribunale di Palermo infligge pene fino a 13 anni per membri del clan; indagine originata da 18 misure nel 2023.
PALERMO, 5 marzo 2026 — Il tribunale di Palermo ha pronunciato quattro condanne nel processo per estorsione collegato al clan della Resuttana, storica cosca del capoluogo siciliano. Le decisioni rappresentano il nucleo più rilevante di un'inchiesta avviata nel 2023.
Le pene inflitte riguardano Giuseppe D'Amore e Mario Muratore, condannati a 13 anni di reclusione ciascuno; Francesco Balsameli, condannato a 11 anni; e il notaio Sergio Tripodo, condannato a 2 anni e 2 mesi. Tutte le sentenze sono relative al capo d'imputazione principale di estorsione.
L'indagine che ha portato a questi sviluppi risale a luglio 2023, quando furono eseguite 18 misure cautelari contro esponenti del clan. Nel corso delle intercettazioni, gli uomini d'onore parlavano dei vertici della cosca con parole emblematiche: "Hanno una città nelle mani", frase che gli investigatori hanno citato per descrivere la portata dell'influenza criminale.
Secondo gli atti investigativi, le attività criminose contestate comprendono l'estorsione, la gestione di imprese intestate a prestanome e la pressione su operatori economici. Tra le aziende sospettate di essere coinvolte figurano agenzie di pompe funebri nei pressi dell'ospedale Villa Sofia, oltre a gelaterie e ristoranti, alcuni dei quali sono stati successivamente sequestrati.
Il boss Salvatore Genova, tornato a una posizione di vertice dopo la scarcerazione, era tra gli arrestati nell'operazione del 2023 ma è stato processato separatamente. Secondo gli investigatori, insieme al suo uomo di fiducia Sergio Giannusa avrebbe coordinato le cosiddette "messe a posto" dei commercianti per imporre il pagamento del pizzo.
Nel procedimento odierno è emersa anche la posizione del notaio Sergio Tripodo, ritenuto dagli inquirenti aver cercato l'intervento dei boss per esercitare pressioni sugli inquilini di immobili da lui acquistati, con l'obiettivo di liberare le abitazioni. Per questi fatti Tripodo è stato condannato a 2 anni e 2 mesi.
L'inchiesta è stata coordinata dal procuratore Maurizio de Lucia, che ha seguito le indagini sulle relazioni tra clan e ambienti professionali. Gli atti descrivono una rete di rapporti che avrebbe favorito l'infiltrazione dell'organizzazione nel tessuto economico cittadino.
Le condanne di oggi rappresentano un passo giudiziario significativo, ma gli inquirenti e la procura mantengono aperti ulteriori filoni investigativi su beni, attività e persone collegate al clan. Le vicende processuali relative ad altri indagati proseguiranno nelle sedi competenti, nel rispetto del diritto di difesa e delle garanzie processuali.
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