Niscemi: appalto mai eseguito al centro dell’inchiesta sulla frana da 350 milioni di m³
Opere sul torrente Benefizio appaltate e mai realizzate, 13 indagati per disastro colposo; la procura mette sotto la lente il decreto del 2016.
Il 25 gennaio scorso una frana di 350 milioni di metri cubi ha interessato la collina di Niscemi: gli inquirenti ora collegano il fenomeno a opere appaltate e mai eseguite che avrebbero dovuto proteggere il territorio. La procura di Gela ha notificato un atto d'accusa a 13 indagati, tra cui quattro ex presidenti della Regione Siciliana nella veste di commissari per il dissesto idrogeologico, dirigenti dell'ufficio regionale di protezione civile e l'amministratrice dell'Ati aggiudicataria dei lavori. Il provvedimento prende in parte spunto dal decreto dirigenziale del 24 maggio 2016 a firma di Calogero Foti e Salvatore Lizzio, entrambi indagati per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana.
Cronologia e elementi dell'indagine
La vicenda affonda le radici in una lunga sequenza di ritardi e contestazioni. Nel 1997 una frana aveva già distrutto il quartiere Sante Croci; nel 2009 furono appaltati gli interventi sul torrente Benefizio, ritenuti indispensabili per convogliare acque e reflui e impedire il degrado della collina. L'appalto fu aggiudicato all'Ati composta da Comer Costruzioni Meridionali Spa (Santa Venerina) ed Edilter Costruzioni (Giarratana), con a capo l'amministratrice Sebastiana Coniglio, oggi anch'essa indagata.
Secondo gli atti, i tecnici della ditta segnalarono fin da subito che le condizioni particolari del sito avrebbero influenzato prezzi e modalità di esecuzione. Il primo intervento previsto era la realizzazione di una condotta per allontanare le acque nere dal vecchio depuratore in disuso; a questo si aggiunsero richieste tecniche, come la ricerca di ordigni bellici, e una serie di diffide: la prima ad ottobre 2009 e la seconda a dicembre 2009. Il piazzale individuato per il cantiere fu interdetto il 16 settembre 2009 dopo uno smottamento.
Procedimenti di variante, nuove progettazioni (tra cui una galleria con TBM) e accertamenti si susseguirono. Nel 2013 è stata firmata una transazione e nel 2014 l'Ati contestò che il progetto non fosse esecutivo, segnalando possibili effetti dannosi per il deflusso delle acque verso i torrenti Valle Pozzi e Valle Torta e problemi legati al depuratore. Nel maggio 2016 la Regione dispose la rescissione contrattuale per gravissime inadempienze: i magistrati ora valutano se la mancata realizzazione, nonostante le somme fossero ancora disponibili, abbia contribuito al crollo. Il procuratore di Gela, Salvatore Vella, ha rilevato che i lavori non sono partiti «nonostante ancora ci siano le somme a disposizione».
Conseguenze tecniche e amministrative
Le opere sul torrente Benefizio sono considerate dagli esperti indispensabili per evitare il riattivarsi di fenomeni di dissesto legati alle acque reflue che alimentano la collina. Dal 1997 al 2009 sono trascorsi 12 anni prima dell'appalto, un ritardo già significativo per interventi in area ad alto rischio. A oggi non esistono tracce di ripresa dell'appalto e i costi stimati sono lievitati considerevolmente rispetto alle cifre iniziali.
La competenza per portare avanti i progetti esecutivi è ora concentrata nelle mani del Commissario Fabio Ciciliano, cui è affidato il compito di realizzare gli interventi secondo la tabella di marcia stabilita dal cosiddetto Decreto Niscemi del Consiglio dei Ministri. Se i tempi saranno rispettati, dice il provvedimento, si potranno ottenere risposte operative: resta però aperta la domanda su responsabilità e ritardi che hanno preceduto la tragedia.
Sul piano giudiziario, l'indagine punta a chiarire se le omissioni amministrative e tecniche abbiano concorso al determinarsi del disastro; gli indagati sono al momento sottoposti a verifiche e notifica di accuse. L'inchiesta segue il filo delle carte, delle varianti, delle diffide e delle comunicazioni che, secondo gli atti, hanno trasformato un appalto considerato urgente in una vicenda di anomalie procedurali e rinvii.
Le autorità locali e regionali sono chiamate ora a garantire la massima trasparenza nelle fasi successive: la realizzazione delle opere e gli accertamenti giudiziari dovranno chiarire non solo le cause tecniche della frana, ma anche le responsabilità amministrative che hanno portato alla mancata esecuzione di interventi ritenuti essenziali per la sicurezza del territorio.
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