La Chiesa del Gesù di Palermo: stratificazioni, rovina e rinascita di Casa Professa
Dalle origini basiliane all'arrivo dei gesuiti, dal fasto barocco al crollo della cupola nel 1943 fino al restauro del 2009: la storia della Chiesa del Gesù a Palermo raccontata come un viaggio tra arte, politica e fede.
Camminare oggi davanti alla Chiesa del Gesù a Palermo è imbattersi in un edificio che parla a più voci: pietra, marmo, affresco e memoria. La Casa Professa, nel cuore dell'Albergaria, mostra di primo acchito una facciata barocca ma, scavando nella sua vicenda, si scopre una stratificazione di epoche — araba, normanna, sveva e spagnola — che si sovrappongono come pagine di un libro aperto.
Incidente scatenante: radici antiche e conquista degli spazi
La storia iniziò molto prima dei gesuiti: già nel 884 è documentato un convento basiliano e il tempio di San Filippo d'Argirò. Nel 1072 Roberto il Guiscardo e Sichelgaita edificarono la badia di Santa Maria alla Grotta, e Ruggero II nel 1130 ampliò i possedimenti donando all'abbazia terreni e chiese. Queste trasformazioni confermarono la funzione di centro monastico della zona, con dipendenze e privilegi che avrebbero plasmato il futuro complesso.
L'arrivo della Compagnia di Gesù nel 1549 fu l'altro grande spartiacque: i religiosi s'insediarono a Palermo per impulso del viceré Juan de Vega e, grazie anche all'appoggio dell'imperatore Carlo V, ottennero nel 1553 la chiesa di Santa Maria alla Grotta. Da qui si sviluppò l'ambizioso progetto edilizio che avrebbe dato all'intero complesso la sua fisionomia di Casa Professa.
Climax: costruzione barocca, apoteosi e devastazione
Tra il 1564 e il 1577 si avviò il primo impianto conventuale sotto la direzione dell'architetto Giovanni Tristano, ispirato al modello della Chiesa del Gesù di Roma. All'inizio del Seicento, per rispondere alle esigenze di monumentalità, figure come Natale Masuccio e Tommaso Blandino trasformarono l'interno da unica navata ad assetto a tre navate: la chiesa assunse così il carattere tardo-manierista e barocco che la rese celebre.
La consacrazione solenne del 16 agosto 1636 segnò l'apice liturgico e artistico, seguita nel 1658 dal completamento della cupola, opera collegata anche a tecnici come Alfio Vinci e Agazio Stoia. La chiesa divenne scrigno di marmi, intarsi e sculture, con cappelle e un apparato decorativo che raccontavano la potenza culturale ed ecclesiastica della Compagnia a Palermo.
Eppure, la storia non risparmiò ferite. La soppressione dei gesuiti nel 1767, i trasferimenti canonici tra il 1781 e il 1801, le leggi eversive del 1866 e l'espulsione nel 1860 segnarono decenni di instabilità. Nel Novecento la chiesa subì altre prove: nel 1937 si decretò la demolizione della volta per infiltrazioni, e la tragedia maggiore arrivò il 9 maggio 1943, quando i bombardamenti della Seconda guerra mondiale colpirono la cupola, provocandone il crollo e la perdita di molte pitture del presbiterio e del transetto.
Nel cratere lasciato dall'esplosione si concentrò il momento di massima crisi: gran parte degli arredi e dei dipinti furono danneggiati o dispersi, e l'immenso ciclo decorativo del monumento parve compromesso.
Risoluzione: ricostruzione, restauro e ritorno alla vita liturgica
La reazione alla devastazione fu tecnica e culturale. La cupola fu ricostruita con una soluzione moderna: una struttura a doppia calotta nervata in calcestruzzo armato, progettata dall'ingegnere Giovanni Crinò (n. 1903), che restituì stabilità pur nascondendo la modernità sotto rivestimenti tradizionali. Tra il 1954 e il 1956 si conclusero importanti interventi e si completarono nuovi affreschi nella navata centrale affidati a Federico Spoltore e Guido Gregorietti.
Il Novecento continuò a segnare il luogo con decisioni amministrative e culturali: dopo le fasi di sequestro degli arredi nel 1866 e la dichiarazione a monumento nazionale nel 1892 ottenuta grazie all'impegno del rettore Salvatore Di Pietro e del ministro Paolo Boselli, la chiesa affrontò infine un restauro conservativo che, dopo quasi due anni di lavori, riportò la Casa Professa al suo ruolo di cuore religioso e artistico della città.
Il 24 febbraio 2009 la chiesa rinnovata fu inaugurata con una solenne Santa Messa presieduta dall'arcivescovo mons. Paolo Romeo, momento che sancì il ritorno al culto e alla fruizione pubblica di uno dei capolavori del barocco siciliano.
La facciata, rivolta a settentrione, riassume la vocazione scenografica dell'edificio: un doppio ordine di lesene binate che accentuano profondità e prospettiva, nicchie, volute e un frontone a timpani spezzati. Nel portale principale campeggia la statua della Madonna della Grotta, e sul cartiglio è leggibile il motto cristologico in latino, JESUS VOCATVM EST NOMEN EIUS. Le nicchie e i vertici si popolano di santi gesuiti — Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Francesco Borgia, tra gli altri — che guardano la città dalla pietra come testimoni di un'epoca.
Camminando tra le navate oggi si percepisce la coesistenza di antichi catacresmi, interventi moderni e il restauro minuzioso: la Chiesa del Gesù non è solo un monumento, ma un organismo vivo che porta le cicatrici e le riparazioni della sua storia. La sua vicenda racconta come la continuità del culto, la cura degli storici dell'arte e l'ingegneria possano dialogare per ridare voce a un luogo plasmato da secoli di fede, potere e bellezza.
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