Nel ventre di Palermo: la storia scolpita delle Catacombe di Porta d'Ossuna

Scoperte nel 1739, rimesse alla luce e usate come rifugio nei bombardamenti, le Catacombe di Porta d'Ossuna raccontano una storia di memoria, architettura e cura che attraversa secoli.

18 febbraio 2026 12:00
Nel ventre di Palermo: la storia scolpita delle Catacombe di Porta d'Ossuna - Foto: HowRapid/Wikipedia
Foto: HowRapid/Wikipedia
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Il terreno scavato nella depressione del Papireto custodisce un romanzo di pietra: le Catacombe di Porta d'Ossuna sono un cimitero ipogeo paleocristiano che avvolge la storia di Palermo. Lì, sotto il rumore della città e la curva di corso Alberto Amedeo, si legge una stratificazione di vicende — dalla funzione funeraria del IV-V secolo al ruolo di rifugio durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

L'incidente scatenante: la scoperta e i primi sguardi

Nel 1739, mentre si costruiva il convento delle Cappuccinelle, emerse un varco sul passato: la catacomba venne individuata durante i lavori, e le sue gallerie furono percorse dal principe di Torremuzza. Quel ritrovamento non fu un semplice richiamo antiquario, ma l'apertura di un accesso verso una comunità cristiana antica, custodita nelle volte e nelle nicchie. Di questo primo contatto restano tracce materiali e un retaggio documentario che permette ancora oggi di leggere il sito come testimonianza storica.

La posizione era evidentemente determinata dal paesaggio: la depressione naturale del Papireto, poi tagliata per l'edificazione dei bastioni cinquecenteschi, offrì uno spazio favorevole alla costruzione di un complesso ipogeo articolato su un asse est-ovest e scandito da corridoi perpendicolari.

Nel cuore del labirinto: architettura, iscrizioni e immagini perdute

Entrando dalla moderna apertura su corso Alberto Amedeo — con il vestibolo voluto da Ferdinando I di Borbone nel 1785 — si percepisce la materialità delle scelte antiche. Un tempo l'ingresso era posto a sud-ovest, dove una rampa con sette gradini e un basamento trapezoidale attestano usi rituali e pratiche sociali: quel basamento probabilmente serviva come mensa per i refrigeria, i banchetti funebri che accompagnavano la memoria dei defunti.

La catacomba si articola in arcosoli polisomi, loculi e cubicoli: forme che rimandano a un linguaggio funerario condiviso con altre realtà siciliane. Sebbene le dimensioni siano più modeste, la struttura richiama le catacombe di Siracusa e si colloca cronologicamente tra IV e V secolo. Un elemento che ancora palpita è l'intonaco delle pareti: oggi ne restano solo tracce, ombre di pitture che un tempo avvolgevano gli spazi in colori ormai perduti.

Tra i reperti recuperati alla scoperta spicca un'iscrizione funeraria per una bambina (registrata come CIL X, 7333), ora conservata al Museo archeologico regionale Antonio Salinas: è una voce epigrafica che restituisce un volto privato dentro alla coralità della necropoli.

Il climax: riscoperta scientifica e uso civico durante la guerra

Il sito, dopo i primi rinvenimenti, entrò in una fase di studio più sistematico solo nel XX secolo. Nel 1907 gli studiosi Joseph Führer e Victor Schultze portarono un approccio scientifico che contribuì a collocare la catacomba nel più ampio quadro delle pratiche funerarie paleocristiane. Le loro ricerche aiutarono a comprendere la pianta della necropoli e le sue relazioni con il tessuto urbano.

Ma la storia delle catacombe non è fatta solo di scavi e taccuini accademici: durante la Seconda guerra mondiale quelle stesse gallerie divennero rifugio per la popolazione di Palermo. Le volte che un tempo avevano custodito resti e ricordi si trasformarono in un abbraccio protettivo contro i bombardamenti: un episodio in cui il passato e il presente si sovrapposero, e la funzione ancestrale del luogo — proteggere, contenere, ricordare — si adattò a una nuova emergenza civile.

Una gestione sacrale e la cura della memoria

Oggi la tutela delle Catacombe di Porta d'Ossuna è affidata alla Pontificia commissione di archeologia sacra della Santa Sede. Questo incarico evidenzia la natura religiosa e culturale del sito: non si tratta soltanto di un bene archeologico, ma di un luogo che intreccia pratiche devozionali, memoria comunitaria e ricerca scientifica.

La presenza della commissione puntualizza anche una responsabilità più ampia: preservare le strutture, documentare le superfici decorate e garantire che ogni intervento sia guidato da criteri di conservazione rispettosi della storia e della complessità del contesto.

Entrando oggi nelle catacombe, il visitatore percepisce questa stratificazione di ruoli: il luogo è al contempo tomba, memoria, rifugio e oggetto di studio. Le pareti che un tempo custodivano pitture sono ora oggetto di pazienti analisi; le iscrizioni, come quella della bambina conservata al Salinas, rivelano nomi e affetti che umanizzano uno spazio che potrebbe altrimenti apparire soltanto freddo e distante.

Le Catacombe di Porta d'Ossuna rimangono così un esempio di come un luogo sotterraneo possa raccontare la superficie del vissuto urbano: dalla pratica funeraria paleocristiana all'uso civile nelle ore di guerra, fino alla cura contemporanea che ne garantisce la sopravvivenza. Camminare lungo i corridoi significa attraversare secoli di scelte, e riconoscere come la memoria si conservi non solo nei testi e nei musei, ma nelle pietre che custodiamo e nelle istituzioni che ne vegliano la sorte.

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